La CRIPTOVALUTA è considerata dal fisco italiano alla stregua di una valuta estera e come tale considerata ai fini fiscali. Le plusvalenze eventualmente ottenute nelle operazioni di compravendita dagli investitori sono considerate redditi diversi e come tale tassate.

Tuttavia, l’Agenzia delle Entrate ha stabilito il limite di giacenza media di euro 51.645.69 oltre il quale l’attività condotta dal contribuente è da considerare speculativa e quindi oggetto di tassazione.

Sotto questo limite di giacenza media rilevata nei sette giorni lavorativi consecutivi nell’arco di un anno solare, le eventuali plusvalenze e minusvalenze non hanno rilievo ai fini fiscali e nessuna imposta sarà dovuta.

Nel caso di superamento del limite di giacenza media indicata per sette giorni lavorativi consecutivi, assumono rilievo sia le plusvalenze che le minusvalenze e verrà considerato quale reddito diverso tassato con aliquota del 26%.

La plusvalenza si calcola con il metodo LIFO (Last in First out), ovvero per la determinazione della media, si considerano come prezzo di acquisto della criptovaluta le più recenti quantità e prezzo di acquisto e via via si procederà con lo “scarico” delle operazioni più anziane.

Il prezzo ottenuto dalla vendita della criptovaluta andrà confrontato con il prezzo della stessa alla data – udite bene – del 01 gennaio di ciascun anno e non di quello di acquisto. Inoltre, poiché non esiste un prezzo ufficiale, il prezzo al 01 gennaio verrà rilevato dal portale utilizzato dal contribuente per la compravendita, ovvero altro maggiormente rappresentativo, quale ad esempio “coinmarketcap”.

Ultima osservazione non meno importante è dovuta all’obbligo per il contribuente di indicare nel quadro RW del modello Unico la consistenza delle criptovalute detenute al 31 dicembre di ciascun anno.

Queste regole, desunte da circolari e interpelli rilasciate dall’Agenzia delle Entrate, varranno fino a nuove disposizioni che ci auguriamo presto il legislatore possa disciplinare.