Le spese di manutenzione straordinaria dei locali della farmacia condotti in locazione.

Le spese di manutenzione su un bene di proprietà di terzi condotto in locazione della farmacia possono essere ordinarie o straordinarie. Le prime sono quelle indispensabili per il mantenimento del locale nelle condizioni ordinarie e necessarie per conservarlo idoneo al suo utilizzo, e spettano al conduttore (farmacista) che potrà perciò indicarle nel proprio bilancio, portandole in deduzione dal reddito secondo i principi generali della competenza ed inerenza all’attività d’impresa. Le seconde sono sostenute a fronte di interventi di ampliamento, ammodernamento e ripristino dell’unità locale.
La legge pone espressamente le spese di manutenzione straordinaria a carico del proprietario-locatore (artt. 1575 e 1756 cod.civ.) ma naturalmente le parti possono sempre accordarsi diversamente, attribuendone (tutto o in parte) l’onere al conduttore. A tal fine, sebbene la Cassazione ha sentenziato (sentenza n. 13327/2011) che, se le spese di manutenzione straordinaria sono assolte non dal proprietario, ma dall’impresa conduttrice pur in assenza di una espressa previsione contrattuale, il conduttore ha parimenti diritto alla deduzione fiscale ove si tratti di spese in ogni caso inerenti all’attività esercitata, e siano state sostenute anche soltanto per assicurare un migliore e più remunerativo esercizio dell’impresa, è sempre auspicabile un accordo contrattuale al fine di evitare, in caso di controlli, eventuali contenziosi.

L’ammortamento dei beni strumentali

L’ammortamento è il procedimento contabile che ha lo scopo di ripartire il costo di un’immobilizzazione materiale o immateriale lungo la sua vita utile, cosicché, dal punto di vista economico, a ciascun esercizio sia imputato il costo di competenza corrispondente alla quota parte di fattore produttivo utilizzata. Dal punto di vista finanziario l’ammortamento, non rappresenta un esborso monetario, ma diminuisce l’utile d’esercizio “distribuibile”, consentendo di accantonare le disponibilità necessarie per il riacquisto di beni strumentali nuovi in sostituzione di quelli consumati. Dal punto di vista fiscale la deducibilità delle quote d’ammortamento segue le regole dettate dal legislatore ed è condizionata alla corretta tenuta del registro dei beni ammortizzabili.
Beni materiali – Non sono soggetti ad ammortamento i beni la cui durata è illimitata nel tempo come, ad esempio, i terreni sul quale insistono i fabbricati. Gli ammortamenti dei beni strumentali afferenti l’attività aziendale sono deducibili a partire dall’esercizio di entrata in funzione dei beni stessi in misura non superiore a quella risultante dall’applicazione dei coefficienti stabiliti con decreto ministeriale del 31/12/1988, ridotti della metà per il primo esercizio. Tali coefficienti definiscono per ciascuna categoria di beni la quota massima deducibile in ciascun esercizio in base all’attività svolta dall’impresa. Il legislatore fiscale ha così posto limiti “standardizzati” alla durata del processo di ammortamento fiscale dei beni strumentali. Al contrario, per i beni di costo unitario non superiore ad Euro 516,46 ha consentito per opzione la deduzione integrale del costo d’acquisto nell’esercizio stesso in cui questo è stato sostenuto. Infine per alcune categorie di beni strumentali “ad uso promiscuo”, come apparati telefonici ed auto aziendali, le quote d’ammortamento sono deducibili solo parzialmente.
Beni immateriali – Tra questi si comprendono diritti d’autore, marchi, brevetti industriali, licenze software e l’avviamento generato in seguito all’acquisto di aziende e rami d’azienda. Per le imprese di nuova costituzione le quote di ammortamento dei beni immateriali sono deducibili a partire dall’esercizio in cui sono conseguiti i primi ricavi.

L’impresa familiare

Innanzitutto, per la legge tributaria la formalizzazione iniziale del rapporto deve avvenire per atto pubblico o per scrittura privata autenticata con decorrenza degli effetti fiscali dal 1 gennaio dell’anno successivo alla stipula, salvo non si perfezioni all’atto di inizio attività dell’impresa. Il rispetto di tale formalità consente la ripartizione del reddito prodotto dall’impresa fra tutti i partecipanti nelle misure corrispondenti al lavoro prestato nell’impresa familiare. La predeterminazione delle quote di partecipazione NON è elemento essenziale dell’atto poiché queste vanno determinate in proporzione alla quantità e qualità del lavoro di fatto prestato in modo continuativo nell’impresa. Il totale dei redditi attribuiti ai collaboratori familiari non può eccedere la soglia del 49%. In assenza di un diverso patto di durata, il rapporto si intende avente durata annuale ed eventuali rinnovi dovranno essere posti in essere mediante nuovo atto. Qualora l’atto costitutivo preveda una validità ultrannuale o una durata “fino a revoca”, eventuali modifiche della compagine familiare, dovranno essere apportate nella stessa forma utilizzata originariamente. Il reddito d’impresa è di competenza esclusiva del titolare il quale:
• dichiara il reddito d’impresa nei quadri RF o RG del proprio modello Unico;
• rilascia ai collaboratori un apposito prospetto da utilizzare per la compilazione della loro dichiarazione dei redditi (Quadro RH) completo delle eventuali ritenute subìte e dei crediti d’imposta spettanti. Nelle proprie denunce dei redditi, i collaboratori dovranno attestare che le percentuali di partecipazione agli utili dell’impresa familiare sono proporzionali alla qualità e quantità del lavoro prestato nell’ambito dell’impresa familiare;
• a sua volta, il titolare evidenzia nel proprio modello Unico (quadro RS) le suddette attribuzioni ai collaboratori familiari e le deduce dal proprio reddito d’impresa ai fini Irpef (quadri RF o RG) così pervenendo ad assoggettare ad imposizione Irpef una quota ridotta – comunque non inferiore al 51% – del reddito d’impresa.
Al contrario, le perdite subite dall’impresa familiare e le imposte ai fini Irap sono esclusivamente a carico del titolare. Infine, in caso di RECESSO del collaboratore la quota a questi liquidata non è soggetta a tassazione. La stessa non è tuttavia deducibile dal titolare nella determinazione del proprio reddito d’impresa.

Contributo previdenziale ENPAF

L’iscrizione all’Enpaf decorre per ciascun farmacista dalla data in cui il Consiglio direttivo dell’Ordine adotta la delibera di iscrizione all’Albo. Il contributo soggettivo obbligatorio all’Enpaf Studio DCA S.r.l. 00153 Roma – Piazza dell’Emporio, 11/A | t. 06 57305354 – 06 57250165 f. 0657139092 Partita IVA, Codice Fiscale e iscrizione Registro Imprese di Roma n. 10722441002 Iscritta alla CCIAA di Roma REA n. RM-1251673 | Capitale sociale Euro 10.000,00 iv. è forfettario: non è correlato al reddito professionale e non è frazionabile. Anche un solo giorno di iscrizione nell’anno comporta l’obbligo di versare il contributo intero. Ugualmente, in caso di cancellazione dall’Albo, è necessario che il Consiglio dell’Ordine approvi la relativa delibera prima della fine dell’anno affinché l’iscritto sia esonerato dalla contribuzione obbligatoria per l’anno successivo. La misura del contributo previdenziale obbligatorio è fissata annualmente dal Consiglio Nazionale dell’Enpaf. (per il 2015 ammonta a 4.398,00 euro, oltre ad assistenza e maternità per un totale di 4.442,00 euro) Possono richiedere la riduzione del 33,33 %, del 50% e dell’85% gli iscritti che rientrano in una delle seguenti categorie:
• lavoratori dipendenti che esercitano l’attività professionale (riduzione dell’85% o del 50% o del 33,33% con scelta discrezionale) e per i quali sono già versati altri contributi previdenziali obbligatori;
• disoccupati involontari con iscrizione al Centro per l’Impiego (riduzione al massimo per complessivi 5 anni); • non esercenti la professione di farmacista (riduzione massima del 50%);
• titolari di pensione Enpaf che non esercitano la professione di farmacista (riduzione dell’85% o del 50% o del 33,33%). Alcuni iscritti sono invece tenuti a versare in ogni caso il contributo intero: i titolari di farmacia e parafarmacia; i soci di società di gestione di farmacia privata o parafarmacia, gli associati agli utili di farmacia o parfarmacia; gli iscritti che lavorano in farmacia o parafarmacia in qualità di collaboratori di impresa familiare; gli esercenti attività professionale in regime di libera professione; gli esercenti attività professionale in regime di collaborazione coordinata a progetto; i titolari di borse di studio con svolgimento di attività professionale senza l’obbligo di versare la contribuzione alla Gestione Separata Inps. Il regolamento dell’Ente prevede inoltre alcune forme di contribuzione volontaria per incrementare il trattamento pensionistico. I versamenti contributivi sia obbligatori che facoltativi sono deducibili dal reddito imponibile IRPEF dell’anno in cui la contribuzione è stata versata. L’articolo10, comma 1, lettera e) del TUIR prevede infatti che siano deducibili dal reddito complessivo i contributi previdenziali ed assistenziali versati in ottemperanza a disposizioni di legge, nonché quelli versati facoltativamente alla gestione della forma pensionistica obbligatoria di appartenenza, ivi compresi quelli per la ricongiunzione di periodi assicurativi. Sono pertanto deducibili i contributi previdenziali e assistenziali obbligatori di base e quelli facoltativi come ad esempio la contribuzione in misura doppia o tripla ed il riscatto del corso di studi universitari. Per ottenere il beneficio fiscale derivante dalla deducibilità occorre indicare l’ammontare dei versamenti effettuati nella dichiarazione dei redditi. A tal fine è necessario conservare le ricevute dei versamenti effettuati. Qualora queste venissero smarrite è sempre possibile richiedere all’Ente la relativa certificazione. Si ricorda infine che non è fiscalmente deducibile il contributo di solidarietà previsto dall’articolo 21 del vigente regolamento Enpaf.

Limiti all’utilizzo dei contanti.

Il legislatore ha adottato una pluralità di provvedimenti volti a contenere l’utilizzo del contante e ad inasprire le sanzioni per le violazioni connesse al superamento di tali limiti. L’art. 12 d.l. n. 201/2011 ha abbassato la soglia di utilizzo del contante a € 999,99. Ad oggi, quindi, è vietato il trasferimento, tra soggetti diversi ed a qualunque titolo, di denaro contante, di libretti di deposito bancari o postali al portatore e di titoli al portatore in euro o in valuta estera, quando il valore oggetto del trasferimento sia complessivamente pari o superiore ad euro 1.000. La norma precisa che il divieto sussiste anche nel caso in cui il trasferimento sia effettuato con più pagamenti inferiori alla soglia che appaiono artificiosamente frazionati. In altre parole, non è possibile aggirare il divieto ripartendo elusivamente in più versamenti distinti un pagamento che trovi una ragione unitaria. Il limite di utilizzo non riguarda, invece, i prelevamenti ed i versamenti in contanti effettuati nell’ambito di rapporti ed operazioni bancarie. Il correntista continua a poter versare o prelevare contanti dal proprio conto corrente anche al di sopra della soglia stabilità, mancando in questa situazione il trasferimento a terzi della somma, che rimane nella disponibilità del correntista medesimo. Restano tuttavia fermi in questi casi gli obblighi per l’istituto di credito di verifica delle generalità del correntista e di segnalazione di operazioni sospette qualora, in considerazione delle caratteristiche, dell”entità e della natura dei trasferimenti, vi sia un concreto indizio di operazioni di riciclaggio. La violazione delle disposizioni citate dà luogo all’applicazione di sanzioni particolarmente rilevanti. I trasferimenti illeciti di contanti sono puniti con l’applicazione di una sanzione amministrativa pecuniaria compresa tra l’1% ed il 40% della somma trasferita. La sanzione minima, per espressa previsione di legge, non può comunque mai essere inferiore ad euro 3.000, mentre per i trasferimenti superiori a 50 mila euro, l”importo minimo è pari al 5% dell”importo trasferito. La sanzione è aumentata del 50% per le violazioni che interessano il superamento delle soglie contenute su libretti al portatore. Si noti come sono soggetti alla sanzione, in via congiunta, tanto il soggetto che trasferisce quanto colui che riceve la somma in contanti. La descritta formulazione delle sanzioni prevede la possibilità di chiudere i procedimenti con un’oblazione al 2% degli importi oggetto di infrazione. Il versamento deve essere effettuato entro 60 giorni dalla notifica della contestazione e chiude definitivamente il procedimento sanzionatorio.

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